Recuperare vecchie vigne significa, innanzitutto, avere pazienza. Pazienza nel riportare in equilibrio piante che hanno attraversato decenni di abbandono, pazienza nel rispettare i tempi della montagna, pazienza nel riconoscere che la memoria di un territorio non si ricostruisce in una vendemmia o in una bottiglia.
È questa l’impressione che resta visitando I Custodi delle Vigne dell’Etna, progetto nato nel 2007 con l’obiettivo dichiarato di salvaguardare le pratiche agricole tradizionali e il patrimonio delle vecchie vigne etnee. A raccontarne la storia è il sito dell'azienda, che ripercorre le tappe principali di un percorso iniziato con la scelta di intervenire su parcelle che avevano già conosciuto una fase di recupero.
La prima acquisizione riguarda infatti alcune parcelle a Contrada Moganazzi, precedentemente acquistate e ristrutturate da Mick Hucknall, frontman dei Simply Red, attraverso il progetto Il Cantante. Un’esperienza che, seppure durata pochi anni, contribuì a riportare attenzione internazionale sulla viticoltura etnea e a dimostrare come fosse ancora possibile restituire vitalità a impianti storici.
È da quell’esperienza che Mario Paoluzi prende le mosse, incontrando Salvo Foti e impostando insieme un percorso che sarebbe diventato fondante per l’azienda. La filosofia è chiara fin dall’inizio: recuperare il patrimonio viticolo etneo senza adattarlo a modelli estranei, ma lasciandolo esprimere attraverso la tradizione dei Vigneri e la profonda conoscenza dell’alberello etneo.
Oggi I Custodi delle Vigne dell’Etna può contare su circa dodici ettari distribuiti in diverse contrade, ognuna con una propria identità. L’approccio resta coerente con le origini: a Moganazzi, ad esempio, gli impianti più giovani realizzati negli anni successivi all’acquisizione sono stati eliminati per ripristinare il sistema a quinconce, più adatto a garantire equilibrio agli alberelli maturi.
Accanto a Moganazzi, dove le piante hanno ormai raggiunto una piena maturità, si trovano altre realtà di particolare interesse: Taverna, con un vigneto affacciato sullo Ionio a circa 750 metri di altitudine, e soprattutto Feudo di Mezzo, autentico museo a cielo aperto della viticoltura etnea, dove sopravvivono viti prefillossera a piede franco, alcune delle quali potrebbero aver superato i due secoli di età.
Il filo conduttore resta sempre lo stesso: pazienza. Pazienza nel riconoscere che una vigna recuperata non restituisce immediatamente il proprio potenziale e che l’equilibrio tra pianta, suolo e ambiente richiede anni prima di tradursi in un vino capace di raccontare davvero il proprio luogo di origine.
È forse questo uno degli aspetti più interessanti del progetto: la consapevolezza che la memoria non appartiene soltanto al passato, ma deve essere continuamente coltivata nel presente. Recuperare una vigna non significa cristallizzarla in una fotografia nostalgica, ma accompagnarla nel tempo, lasciandole ritrovare il proprio linguaggio.
E proprio il tempo è stato il protagonista della verticale organizzata a Contrade dell’Etna 2026, appuntamento che ha permesso di osservare l’evoluzione di Ante, il Carricante in purezza dell’azienda. Tra le annate in degustazione, la 2013 ha offerto uno degli spunti più interessanti.
La vendemmia 2013 viene ricordata come particolarmente difficile: fredda, molto piovosa e caratterizzata da un ritardo generalizzato delle maturazioni. Un’annata che, soprattutto in gioventù, non era apparsa tra le più convincenti per molti bianchi etnei, spesso segnati da una struttura esile e da una difficile integrazione tra le componenti.
A distanza di tredici anni, tuttavia, Ante 2013 ha mostrato una sorprendente capacità di trasformazione. Il colore resta luminoso, mentre il naso si apre su note salmastre e agrumate che richiamano il pompelmo e la polvere di gesso, accompagnate da sensazioni di pietra focaia e da sfumature evolutive più morbide.
È però in bocca che il vino sorprende maggiormente. L’ingresso è morbido, quasi caldo, ma il sorso si allunga immediatamente verso una tensione verticale molto marcata. La progressione è nervosa, sostenuta da una freschezza che sembra essersi affinata nel tempo, fino a condurre a una chiusura asciutta e salina.
Ciò che colpisce è proprio l’equilibrio raggiunto da un’annata che, in origine, appariva decisamente più fragile. La struttura resta comunque sottile, ma la componente salina e minerale emerge con forza, compensando l’inevitabile perdita di immediatezza aromatica e regalando al vino una profondità inattesa.
Non si tratta di un bianco dalla grande potenza o dall’aromaticità esplosiva, ma di un vino capace di raccontare l’evoluzione del Carricante in una delle sue espressioni più severe. La 2013 dimostra come anche un’annata difficile possa trovare una propria armonia con gli anni, affidando alla freschezza, alla mineralità e alla componente marina il compito di sostenere il sorso.
Una bottiglia che, più che impressionare per immediatezza, invita a soffermarsi sul tempo. Un tempo che, sull’Etna, continua a essere il vero custode della memoria, tanto nelle vigne quanto nei vini.